mercoledì 29 luglio 2009

Sul giusto


Lungi dall'aver esaurito gli argomenti sociodinamici, negli ultimi tempi sta prendendo sempre più piede nella mia mente il concetto di «giusto»: che cos'è, se esiste in forma universale, e soprattutto cosa abbia in comune con il Bene e con la felicità.
La prima cosa che mi sento di dire a riguardo è la seguente:
«Dalla ricerca delle regole nasce l'ossessione per il giusto: per la giustizia, per la giustezza».
Non lo definirei un discorso nuovo: le basi ci sono già tutte qui.
Credo mi ci vorranno molti mesi prima di avere qualche risultato.

martedì 14 luglio 2009

Continuazione del post precedente


«Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni
famiglia infelice è invece infelice a modo proprio»
Lev Tolstoj


Il post precedente pone automaticamente una domanda: «Perché la nostra mente indugia sulle cose brutte invece che sulle cose belle?». Essendo una domanda molto complicata, ho cercato (cfr. qui) una risposta che fosse più semplice possibile. Mi sono dato questa.
L'ottima Adelaide - che ringrazio per il contributo - mi fa notare che ai nostri occhi le cose brutte sono intrinsecamente più interessanti e attraenti. Perché? Secondo me perché il nostro è un cervello evoluto, e fa il suo lavoro di cervello evoluto, ovvero cercare soluzioni ai problemi.
Avete mai notato che le donne di casa trovano sempre qualcosa da sistemare, da pulire, da mettere in ordine? Anche quando la casa è assolutamente perfetta? Naturalmente lo fa perché il suo scopo biologico-evolutivo è quello di badare alla casa e alla famiglia. Ecco, il nostro cervello è un po' la nostra «donna di casa» personale: va in cerca sempre e continuamente di problemi, perché è esattamente quello il suo scopo. Non ci fossero cose di cui aver paura, cose da risolvere, il nostro cervello evoluto non servirebbe assolutamente a niente.
Siamo portati all'infelicità per non rendere inutili miliardi di anni di evoluzione biologica.
Ed ecco che vediamo problemi ovunque, piccoli sassolini lungo il nostro cammino ci sembrano vere e proprie montagne da scalare, e apparentemente non ci accorgiamo nemmeno di tutte le cose belle che abbiamo attorno. Perché le cose belle sono già «a posto», non c'è nulla da cambiare in esse: proprio perché sono già belle, vanno già bene così. Non c'è bisogno che il nostro cervello le consideri perché non rappresentano minacce e soprattutto non sono problemi.
Questa è la risposta più semplice che sono riuscito a darmi. Si tratta in sostanza di un «effetto di selezione» del nostro cervello. E naturalmente il consiglio è quello di ridimensionare l'importanza, la dimensione e la priorità delle cose brutte che vediamo nella nostra vita. Seguire una sorta di «dieta mentale» che ci faccia indulgere più sulle cose belle che su quelle problematiche. Il che può sembrare difficile, ma pensate un attimo a come reagireste se vi consigliassero una dieta a base di tutti gli alimenti più buoni, più sani, più gustosi e che vi piacciono di più...

sabato 4 luglio 2009

Ennesima* considerazione sulla felicità


[* Qui, qui, qui e qui le altre.]

Certamente tutti noi abbiamo dei motivi per essere infelici, o per non essere felici: ma non occorre nessun motivo per essere felici.
Basta con questa idiozia che se si è infelici per qualcosa allora non si può anche essere felici. Se in noi possono coabitare sentimenti contrastanti, allora possiamo anche essere infelici e felici.
E soprattutto, più in generale, basta con questa idiozia che si può essere felici solo a determinate condizioni. «Sarei felice se avessi... sarei felice se non avessi...»: sono tutte assurdità! Bisogna essere felici e basta, senza motivo! Che cosa cosa aspettiamo per essere felici? Un biglietto d'invito?
Se non si è felici, il modo migliore per cominciare è alzare gli angoli della bocca. Sorridere rende pù felici: provare per credere!

giovedì 2 luglio 2009

Spunto (un poco provocatorio) di riflessione


Il sesso, a conti fatti e a ben guardare, non è affatto tra le cose più intime che puoi fare con una donna.

sabato 20 giugno 2009

Sull'intervento in sistemi sociodinamici / 3


[Qui il /1 e qui il /2.]

Spesso, soprattutto quando si tirano in ballo discorsi ambientalisti o ecologisti, si sente lo slogan «Pensa globalmente, agisci localmente». Bello slogan, ma non so quanto in realtà saggio. Almeno per quanto riguarda i discorsi sociodinamici (di cui so qualcosa) credo valga di più la visione opposta: «Pensa localmente, agisci globalmente».

«Agisci globalmente»:
I sistemi sociodinamici, più di altri tipi di sistemi, sono particolarmente olistici ed estremamente orientati all'equilibrio. Per questo qui e qui ho proposto un approccio sostanzialmente «al sistema»: l'idea di base è che modificando l'atteggiamento di anche solo un suo elemento, tutto il sistema nel suo complesso subirà delle modifiche per portarsi in una nuova condizione di equilibrio. L'esempio di Adalgiso, Bernardina e Ciccisbea rende bene l'idea, in quanto Adalgiso, per risolvere il problema ha agito nel sistema nel suo insieme, tranne ovviamente l'elemento dove effettivamente risiedeva il problema ovvero Bernardina, in modo tale che quest'ultima, di fronte alla nuova visione complessiva del sistema propostale da Adalgiso, cambiasse il suo stesso atteggiamento per ripristinare l'equilibrio interno al sistema stesso. Per questo dico «Agisci globalmente»: l'intervento in sistemi sociodinamici è basato su un'azione a livello dell'intero sistema.

«Pensa localmente»:
D'altro canto ritengo che, nonostante l'olismo di cui sopra, il problema di un sistema sociodinamico - a meno che non sia stato costruito male - sia sempre in un punto preciso. Se Bernardina è gelosa di Ciccisbea il problema è di Bernardina, non è dell'intero sistema. Il sistema non ha nessun problema, funziona come deve funzionare: ma non ci piacciono le conseguenze, e allora interveniamo per cambiarlo. Se Adalgiso avesse pensato globalmente si sarebbe impelagato in discorsi sulla moralità della gelosia, sulla liceità del suo rapporto con Ciccisbea e chissà come ne sarebbe venuto fuori. Lui ha pensato localmente, ha preso il problema semplicemente per quello che era, e l'ha collocato esattamente nel punto dov'era. Per questo ha avuto successo. E per questo io dico «Pensa localmente».
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mercoledì 17 giugno 2009

Sul quando tirarsi su


Per tirarsi su non basta essere stanchi di una situazione: bisogna essere stanchi di essere stanchi di quella situazione. Per questo motivo la scelta di quando tirarsi su (al di là del come) va fatta con cura: per avere maggiore efficacia bisognerebbe aspettare il momento in cui si è stanchi di essere stanchi.

[Dopo la paura della paura, ora la stanchezza della stanchezza... La mia attitudine alla meta-concettualità sta degenerando...]

lunedì 15 giugno 2009

Sulla verità


Il problema più grande con la verità non è come trovarla, né come interpretarla o che significato darle: il problema più grande è cosa farcene, è come usarla; e, qualche volta, come sopportarne il peso.

martedì 9 giugno 2009

Principio zero del rapporto uomo-donna


Sicuramente nel post precedente ero troppo preso dal discorso sugli ex per accorgermi di aver sottovalutato una cosa che ho scritto. Ho parlato di uomini come fiumi e donne come mari per mettere una pietra di volta sul discorso degli ex; quando in realtà, pensandoci bene, mi sento di credere invece che quello può essere il concetto-base di ogni considerazione sul rapporto uomo-donna. Riscrivo quindi:
«Gli uomini sono dinamici, come i fiumi, e le donne sono statiche e cicliche, come il mare, verso cui tutti i fiumi scorrono. Gli uomini percorrono una strada, le donne abitano un luogo».
Questo concetto definisce che cos'è un uomo rispetto a una donna, e viceversa.

domenica 17 maggio 2009

Sull'ingombro ontologico degli ex nei due sessi


«Le storie iniziano, le storie finiscono». È una frase che uso spesso. Non la dico con tono rassegnato, né entusiasta. La dico come dato di fatto. Si chiamano storie, e in quanto tali devono prima o poi finire. Qualcuna dura un giorno solo come le farfalle, altre durano anni come una scritta sul muro, e altre ancora di più. L'auspicio è che tra tutte le nostre storie ce ne sia una che finisca con la nostra morte.
Così nella vita ci capita che un certo numero di storie finiscano, e dopo un po' ti domandi cosa fare di tutti quegli scatoloni. Qualcuno l'hai sigillato ermeticamente, e sai che non lo riaprirai più; qualcuno lo lasci soltanto socchiuso, sai che è lì e non si sa mai che un giorno... qualcun altro magari non riesci a chiuderlo, e ti sembra di non avere nemmeno la forza o il coraggio di nasconderlo in soffitta.


Dopo questa (splendida) introduzione, quello di cui volevo parlare riguarda la differenza con cui uomini e donne vivono l'ingombro di tutti i loro scatoloni. Questa differenza a mio avviso riflette le modalità profonde dei due sessi. Gli uomini sono dinamici, come i fiumi, e le donne sono statiche e cicliche, come il mare, verso cui tutti i fiumi scorrono. Gli uomini percorrono una strada, le donne abitano un luogo.
Un uomo in genere si porta appresso tutte le sue storie ammassate dentro il suo zaino; una donna invece le tiene ognuna in una stanza diversa della propria casa, stanze con le imposte chiuse e la luce spenta, in quanto ora ne abitano un'altra. (Ricordo, sono generalizzazioni spaventose, schematizzazioni schifosamente generali. Io sono tremendamente Chunk Up.)
Da questa considerazione, ogni altra che si può fare a riguardo discende di conseguenza.

venerdì 15 maggio 2009

Ancora sulla paura


Ci sono solamente due forze che ci spingono ad agire: una forza che ci avvicina a ciò che vogliamo, e una che ci allontana da ciò che non vogliamo. La prima è l'amore, e la seconda è la paura. Si può scegliere di percorrere una via per amore, o si può scegliere di non prenderla per paura. Non ci sono alternative.
E la ragione?, si può chiedere. La ragione non è una forza, tantomeno contrapposta all'amore (come troppo spesso si sente dire). La ragione è solo l'arbitro del tiro alla fune tra amore e paura, e ad essa spetta il compito di scegliere quale dei due è più forte, oppure quale dei due far vincere.
Chi sceglie di non percorrere una via sceglie per paura, chi invece sceglie di percorrere una via sceglie per amore. E se vogliamo che in noi domini l'amore piuttosto che la paura, dovremmo sempre scegliere di percorrere una qualche via, piuttosto di non percorrere un'altra.

Commento ad una frase di Carlos Castaneda:
A questo proposito mi sono imbattuto di recente in questa frase:
«Qualsiasi via è solo una via e non c'è nessun affronto nell'abbondonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Esamina ogni via. Quindi poni a te stesso una domanda: Questa via ha un cuore? Se non lo ha non serve a niente».
Ora, io spero che il famoso scrittore non me ne voglia, se non altro per l'amore che nutro per la letteratura sudamericana: ma io penso che siano tutte minchiate.
È vero, non c'è nessun affronto ad abbandonare una via. È proprio questo il punto. Abbandonare una via è sempre una fuga, se non scegliamo di prendere al suo posto un'altra via migliore. L'unico affronto è quello verso noi stessi, dimostrandoci deboli e codardi.
Non esistono vie con un cuore e vie senza un cuore. Ci sono le vie e basta, e siamo noi a scegliere. Siamo come barchette in mezzo al mare, con un certo numero di rotte che possiamo prendere. Le rotte sono solo linee sulla mappa; sono solo acqua da cavalcare. Il cuore ce lo abbiamo noi, ed è questo a stabilire se una via serve a qualcosa o meno.
La domanda che ci si deve porre è piuttosto questa: «Ho il cuore di percorrere questa via?». Se non ce l'hai allora non prenderla. Va bene, non c'è niente di male. Ma non dare la colpa alla strada: hai scelto di abbandonarla solo ed unicamente per una tua paura.

martedì 21 aprile 2009

Sulla paura


«The only thing we have to fear is fear itself»
Franklin Roosevelt


Quando siamo di fronte ad un bosco di notte, non entriamo. Per paura dell'orso, ci dice la nostra mente.
Il discorso non fa una piega quando siamo davvero di fronte ad un bosco di notte. Ci fa sopravvivere. Ma la vita di oggi non è più così: ciò che ci fa paura non sono più sfide alla nostra sopravvivenza. Diciamo che non entriamo nel bosco perché abbiamo paura dell'orso; ma non capiamo che siamo di fronte ad un bosco, e non ad un orso. E non c'è motivo per avere paura di un bosco.
Fuor di metafora, i «boschi» oggi sono tutto meno che dei boschi; e non hanno certo dentro nessun orso. Ma il nostro cervello non sa fisiologicamente distinguere la paura del bosco dalla paura dell'orso.
La nostra imperfezione più grande in quanto esseri sociali è che confondiamo la paura di qualcosa con la paura di aver paura. Potremo vivere tutti molto meglio quando capiremo che l'unica cosa di cui abbiamo davvero paura è la paura stessa.

mercoledì 15 aprile 2009

Sull'intervento in sistemi sociodinamici / 2


Nel post precedente abbiamo detto, in sostanza e ad esempio, che se una persona ne odia un'altra è praticamente impossibile convincerla ad amarla, conviene piuttosto cambiare il significato di questo odio facendo appello ai motivi che l'hanno causato.

Prendiamo l'esempio di Adalgiso, felicemente fidanzato con Bernardina e amico di Ciccisbea. Il problema è che Bernardina è gelosa di Adalgiso perché passa molto tempo con Ciccisbea che è molto più figa di Bernardina. Il fatto è che Ciccisbea è una lavapiatti mentre Bernardina ha recentemente vinto il Premio Nobel per la Medicina, e per questo Adalgiso sta con lei e non con Ciccisbea.
Ora, la struttura del sistema è questa. Possiamo fare le seguenti considerazioni.
  1. La struttura del sistema vede Adalgiso come elemento centrale. Pertanto Adalgiso, se vorrà risolvere la seccatura, dovrà impostare il discorso non su un puro confronto tra Bernardina e Ciccisbea, ma dovrà mettersi al centro quasi come un arbitro.
  2. Notate che tra Bernardina e Ciccisbea non ho scritto «gelosia» ma «invidia», perché è ovvio che la gelosia non è altro che invidia proiettata. Lei è migliore di Ciccisbea, ma invidia la sua bellezza. Il problema è solo questo. Pertanto sarà inutile che Adalgiso faccia a Bernardina un discorso del tipo «Ma tu hai il Premio Nobel e lei è una lavapiatti», perché il problema di Bernardina non risiede qui ma nella superiore bellezza di Ciccisbea. Qui dovrà agire Adalgiso, facendo in modo non che questo sentimento cambi (è impossibile, Ciccisbea è più bella di Bernardina e anche se Adalgiso dicesse il contrario lei non gli crederebbe), ma sfruttandolo a proprio vantaggio.
  3. È inattivo l'elemento del Premio Nobel, ovvero la superiorità intellettuale e umana di Bernardina. Chiaramente, se Adalgiso vuole ottenere qualcosa, sarà bene che lo faccia diventare attivo, visto che è il punto di forza di Bernardina.
In base ai punti sopra, Adalgiso decide di fare a Bernardina questo discorso (tra parentesi quadre è indicato il punto a cui di volta in volta si sta facendo appello):
«Cara Bernardina, capisco come ti senti. Ma vedi, il parametro con cui io [1] valuto una persona non è la bellezza. Io giudico il valore di una persona in base alla sua forza [2]. Ciccisbea è una brava persona e io per questo [1] le voglio bene, non certo perché è bella [2]. A volte mi sembra che lei abbia bisogno di ostentare la sua bellezza perché si sente insicura di sé, perché non ha altre qualità da mostrare [3]. E sinceramente un po' la compatisco per questo [1], mi dispiace per lei. Tu invece non hai bisogno di mostrare nulla [2], perché quello che sei è così bello che io [1] posso solo rimanere incantato [3]».
Visto? Adalgiso non ha provato minimamente a spegnere l'invidia, ma a trasformarla in un'arma «contro» Ciccisbea. Bernardina continuerà a percepirsi meno bella di Ciccisbea, ma ora vedrà questa cosa come un suo punto di forza; questo punto di forza valorizzerà il suo recente viaggio a Stoccolma, che Ciccisbea non ha nel curriculum, e che prima Bernardina non considerava nel suo confronto con Ciccisbea.
Direi che un lavoro migliore Adalgiso non poteva farlo.

Sull'intervento in sistemi sociodinamici / 1



«La funzione è struttura, e la struttura è funzione»
Paradigma della biologia molecolare


Un sistema è un insieme di elementi in relazione tra loro. Chiameremo le relazioni tra i vari elementi dinamiche. L'insieme degli elementi[*] e delle dinamiche costituisce la struttura del sistema.

Il funzionamento di un sistema riflette la sua struttura, e la sua struttura riflette il suo funzionamento. Non si può quindi agire in maniera efficace e consapevole in un sistema se non si è prima compresa la sua struttura.

In sociodinamica, tipicamente gli elementi sono rappresentati dalle persone e le dinamiche dai loro sentimenti reciproci (in senso lato). La particolarità del sistema sociodinamico è di essere notevolmente sclerotico, poiché di base nessuno vuole cambiare se stesso né i propri sentimenti. Per questo motivo il metodo più efficace per intervenire su un sistema sociodinamico non è di modificarne le dinamiche, ma di renderle più efficienti.

Individuata quindi la struttura del sistema (elementi attivi/inattivi e dinamiche), il metodo generale consiste nel riprogrammare le dinamiche in modo che siano quanto più consistenti con la struttura ideale del sistema stesso[**]. La struttura ideale è naturalmente quella che realizza i nostri scopi secondo il paradigma “struttura <--> funzione”. Assieme alla struttura, cambierà automaticamente anche il funzionamento del sistema stesso.

Nel prossimo post chiarirò tutto (spero) con un esempio.


[*] - Ci sono quasi sempre degli elementi inattivi, o latenti, nel senso che appartengono al sistema nel suo complesso ma non partecipano alle sue dinamiche.

[**] - Per questo possono essere anche attivati elementi inattivi del sistema, o viceversa.

venerdì 27 marzo 2009

Sulla ricerca della perfezione


Versione distillata (nel solito stile «Appunti»):

La ricerca della perfezione è uno strumento necessario per la ricerca del bene, da cui si ottiene la felicità (come già detto).
Il rischio di questo meccanismo sta nel bypassare il passaggio del bene. Confondere la ricerca della perfezione con la ricerca della felicità comporta l'intolleranza (ovvero la perdita della dolcezza), impedendo così di ottenere la felicità.
Per questo è assolutamente necessario, se si vuole essere davvero felici, comprendere che la felicità è il fine ultimo e la perfezione è un suo strumento.


Versione esaustiva (perché questa cosa è davvero importante):

Vorrei portare all'attenzione un vecchio post del buon Beppe. Leggetelo, per favore; è molto breve. Come al solito io ci metto sempre più di un anno per capire le cose intelligenti, e questo la dice lunga sulla mia intelligenza.
C'è un momento nella vita di alcune persone in cui queste si accorgono del potere delle parole, dei gesti; in cui capiscono che una cosa detta così è perfetta, fatta così è perfetta. Scoprono che c'è un modo perfetto di fare le cose, capiscono qual è e sanno come comportarsi di conseguenza. E siccome essere perfetti è meglio di essere buoni, ci si spinge alla perfezione. È naturale, è parte della natura umana. Chi l'ha vissuto sa esattamente di cosa parlo.
Chi viene eletto alla ricerca della perfezione irrigidisce la propria capacità di accettare gli errori. I passi sono tre.
  1. Il primo passo è di non saper più tollerare gli errori degli altri. Siccome noi ci facciamo un culo così per essere perfetti, pretendiamo che gli altri lo siano. Sembra strano, ma se ci si pensa non lo è. Poco importa se loro non hanno fatto il nostro percorso e devono ancora scoprire e capire molte cose; non importa neanche se a loro non interessa minimamente il raggiungimento del bene supremo: l'importante è che noi siamo perfetti in qualcosa, loro sbagliano e quindi non possiamo tollerare gli errori degli altri. Non possiamo circondarci di persone che sbagliano queste cretinate, che pure sbagliavamo anche noi magari solo qualche mese fa. Sono cretinate, ma non è importante dove o cosa hanno sbagliato, importa solamente che hanno sbagliato.
  2. Il passo successivo è di non saper più tollerare i propri errori. Se so padroneggiare la perfezione, non sono più tenuto a sbagliare. Ogni mio sbaglio è un doppio sbaglio, e il secondo è molto più grave del primo.
  3. Il passo finale è non saper tollerare gli errori della vita, vedendone chiaramente tutti gli aspetti imperfetti. Anche se consapevoli che la vita non è né perfetta né imperfetta, né buona né cattiva, né giusta né sbagliata.
Sopportare il peso di tutti questi errori rende inevitabilmente infelici, pur nella strada verso la felicità.
Il bene ha un lato buono e un lato cattivo. Sembra un paradosso perché il bene dovrebbe essere il lato buono; ma è così. Il lato buono del bene è che se tu pianti un semino buono, la pianta che ne deriva dà come frutto la felicità. Il lato cattivo (o meglio, ingannevole) è appunto che si rischa seriamente di confondere la perfezione con la felicità, e questo porta all'intolleranza che in fondo non è altro che la perdita della dolcezza. Tempo fa il mio problematico slogan era «L'esperienza è la tomba della dolcezza»; dico «problematico» perché, se è vero questo, allora cercare il bene per poter essere felici in realtà si dimostra un modo per perdere quella felicità che tanto si cerca. Questo era il mio problema: se il bene porta alla felicità ma l'inseguimento del bene no, come si fa ad essere felici (che è per me lo scopo della vita)?
Fortunatamente, questo impasse filosofico è soltanto apparente. Per spiegarmi userò una metafora: è come il pianoforte. Il pianoforte, contrariamente ad esempio alla chitarra, è uno strumento con cui è challenging iniziare a rapportarsi. Quando ho iniziato trovavo difficile la gestione indipendente delle dieci dita: ci voleva tecnica. Finché non padroneggi la tecnica, non puoi suonare la musica ma solo le note. Spero capiate la differenza. Ecco, la metafora è che suonare a puntino tutte le note è la perfezione, mentre suonare la musica, beh, quella è la felicità. All'inizio è facilissimo confondere le due cose, e da questo deriva il mio problema sulla tomba della dolcezza. Ma poi, quando sei padrone della tecnica, puoi usarla per suonare la musica e non per suonare tutte le note perfettamente. Detto in altre parole, per usare il bene al fine di essere felice devi saper padroneggiare il concetto di perfezione. Ma il ruolo della perfezione, per quanto mi riguarda, finisce qua.
Come il pianista che padroneggia la tecnica automaticamente, senza vederla come lo scopo dell'esecuzione ma come lo strumento per produrre la musica, così la persona che vuole essere felice deve imparare a padroneggiare la perfezione in modo del tutto naturale, capendo che è solo lo strumento per produrre la felicità.
Prego ognuno di voi di rifletterci attentamente.

lunedì 23 marzo 2009

Sulla saggezza


Quasi tutte le domande semplici hanno una risposta molto complessa; e quasi tutte le domande complesse hanno una risposta molto semplice.
La persona saggia è quella che sa trovare risposte semplici alle domande complesse, e risposte complesse alle domande semplici.

giovedì 19 marzo 2009

Pro bugie bianche


Gli unici valori assoluti sono il Bene e il Male. La verità è solo uno strumento per ottenere il bene. In quanto strumento, deve sottostare al fine del bene; non deve essere usato indiscriminatamente.
Naturalmente se si può evitare di dire bugie o di omettere la verità è meglio farlo. Ma dire la verità quando questa può fare del male (che non vuol dire risparmiare dolore a qualcuno, vuol dire proprio «male») è come usare un coltello per infilzare una persona e poi giustificarsi dicendo: «Beh, era un coltello, il suo scopo è tagliare».

lunedì 16 marzo 2009

Omaggio ad Aidi


«Ogni mia considerazione sulla felicità parte dall'ipotesi che la felicità e l'infelicità non stanno nelle cose che abbiamo, ma in come le vediamo. Le persone felici vedono le cose in modo profondamente e sostanzialmente diverso da quello delle persone infelici. [...]
«Per questi motivi penso che non puoi giudicare il comportamento delle persone infelici se hai l'ottica di una persona felice. Non serve a niente dire ad un infelice “guarda quant'è bello il mondo”. Un infelice è capace di guardare solo quello che non ha [...], e non c'è da sottovalutare che l'infelicità dà un conforto da cui è paradossalmente difficile separarsi».


[Per capirci di più: qui.]

lunedì 2 marzo 2009

Sul sacrificio


«Non darsi più, è darsi ancora. Significa dare il proprio sacrificio»
Marguerite Yourcenar, Fuochi


Lo scopo del sacrificio è ottenere attenzione dagli altri; è come dire: «Avete visto quanto sto male? Fate qualcosa per aiutarmi».
Chi reagisce al dolore con il sacrificio, tendenzialmente, ha un ego debole ed è bisognoso degli altri; chi reagisce con la compensazione, tendenzialmente, ha un ego forte ed è autonomo.

(Esempio: due persone vengono lasciate, una non esce più di casa e l'altra salta nel letto di chiunque respiri.)

mercoledì 25 febbraio 2009

Risveglio

La primavera ci saluterà
lasciandoci piccoli raggi di sole
sul letto
come tanti gattini

apriremo gli occhi e li sentiremo
sulla nostra pancia
gridare

ci stringeremo le mani
sotto le lenzuola

avvertiremo chiaramente
di essere
in tre

(24.2.2009)

martedì 24 febbraio 2009

Versi per un compleanno


Sarà caldo forse fuori

quando festeggeremo il tuo

compleanno

grazie per essere venuto mi dirai

e scioglierò dal collo

tutta rossa

la mia timida sciarpa

ci diremo cose come si spande nell'aria

un profumo lontano

come un albero che non ha foglie

ma dà già i fiori

miracolosamente

diremo cose che sono solo

punteggiatura

fino a fine nottata

guarderemo insieme l'alba dei tuoi

trent'anni

ci copriremo bene gli occhi

per non sapere cosa avremo un giorno

da ricordare

per non scoprire il

segreto

(23.2.2009)