lunedì 23 novembre 2009

Sulla rabbia


La rabbia serve a darci l'energia per rimuovere un ostacolo che si frappone tra noi e un nostro scopo o desiderio (anche implicito). La sua intensità è proporzionale alla forza del desiderio e all'entità dell'ostacolo.

giovedì 5 novembre 2009

Sulla Verità


La Verità non si può dire; per questo ha più la forma di una domanda che di una risposta. La Verità, nel linguaggio degli uomini, vive nel paradosso.

martedì 3 novembre 2009

Aforisma


È la possibilità di morire che ci fa sentire vivi.

sabato 24 ottobre 2009

I consigli


I consigli sono una forma di rimpianto, e una forma di auto-perdono. I consigli sono nostalgia divenuta saggezza.

lunedì 19 ottobre 2009

Aforisma


Saremmo tutti felici, se solo lo sapessimo.

giovedì 15 ottobre 2009

Aforisma


Nessuno vuole morire; ma tutti vorrebbero qualcosa per cui poter morire.

martedì 25 agosto 2009

Di tanto in tanto, una regola non generale


A meno di casi di reale impossibilità, quasi sempre quando pensiamo di non riuscire a fare qualcosa in realtà non è vero. Possiamo utilizzare una prospettiva migliore: noi riusciamo a fare quella cosa, ma ora non possiamo ancora per via di questo o quest'altro temporaneo e risolvibile impedimento.

mercoledì 12 agosto 2009

Sull'istinto principe


L'istinto di autoconservazione (cercare sensazioni piacevoli e allontanarci da quelle spiacevoli) è come il Presidente della Repubblica: ha sempre l'ultima parola su tutto, ma in effetti non governa.
L'istinto che realmente determina e guida i comportamenti della nostra vita, così come i nostri gusti, è quello che ci spinge verso le sensazioni familiari.

lunedì 3 agosto 2009

Tipiche domande da periodo estivo


La ricerca della felicità è una questione morale? Abbiamo in quanto esseri umani dei doveri morali riguardo alla nostra felicità?
Mi pongo questa domanda per via di un'altra, vecchia, che mi è tornata in mente di recente: «Se stai con una donna, la ami e sei felice, ma ne ami decisamente di più un'altra che ti renderà però infelice, devi lasciare la tua donna per l'altra?». La domanda è ancora insoluta perché, se da un lato la felicità è un obiettivo prioritario rispetto all'amore (opinione mia), dall'altro l'amore comporta il dovere morale di lasciare la tua donna, se ne ami di più un'altra.
Ma ieri mi sono chiesto se per caso anche la felicità comportasse dei doveri morali. Sarebbe sicuramente un passo verso una risposta.
È aperto il dibattito... orsù dibattete quindi! Dibattiamo tutti insieme!

mercoledì 29 luglio 2009

Sul giusto


Lungi dall'aver esaurito gli argomenti sociodinamici, negli ultimi tempi sta prendendo sempre più piede nella mia mente il concetto di «giusto»: che cos'è, se esiste in forma universale, e soprattutto cosa abbia in comune con il Bene e con la felicità.
La prima cosa che mi sento di dire a riguardo è la seguente:
«Dalla ricerca delle regole nasce l'ossessione per il giusto: per la giustizia, per la giustezza».
Non lo definirei un discorso nuovo: le basi ci sono già tutte qui.
Credo mi ci vorranno molti mesi prima di avere qualche risultato.

martedì 14 luglio 2009

Continuazione del post precedente


«Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni
famiglia infelice è invece infelice a modo proprio»
Lev Tolstoj


Il post precedente pone automaticamente una domanda: «Perché la nostra mente indugia sulle cose brutte invece che sulle cose belle?». Essendo una domanda molto complicata, ho cercato (cfr. qui) una risposta che fosse più semplice possibile. Mi sono dato questa.
L'ottima Adelaide - che ringrazio per il contributo - mi fa notare che ai nostri occhi le cose brutte sono intrinsecamente più interessanti e attraenti. Perché? Secondo me perché il nostro è un cervello evoluto, e fa il suo lavoro di cervello evoluto, ovvero cercare soluzioni ai problemi.
Avete mai notato che le donne di casa trovano sempre qualcosa da sistemare, da pulire, da mettere in ordine? Anche quando la casa è assolutamente perfetta? Naturalmente lo fa perché il suo scopo biologico-evolutivo è quello di badare alla casa e alla famiglia. Ecco, il nostro cervello è un po' la nostra «donna di casa» personale: va in cerca sempre e continuamente di problemi, perché è esattamente quello il suo scopo. Non ci fossero cose di cui aver paura, cose da risolvere, il nostro cervello evoluto non servirebbe assolutamente a niente.
Siamo portati all'infelicità per non rendere inutili miliardi di anni di evoluzione biologica.
Ed ecco che vediamo problemi ovunque, piccoli sassolini lungo il nostro cammino ci sembrano vere e proprie montagne da scalare, e apparentemente non ci accorgiamo nemmeno di tutte le cose belle che abbiamo attorno. Perché le cose belle sono già «a posto», non c'è nulla da cambiare in esse: proprio perché sono già belle, vanno già bene così. Non c'è bisogno che il nostro cervello le consideri perché non rappresentano minacce e soprattutto non sono problemi.
Questa è la risposta più semplice che sono riuscito a darmi. Si tratta in sostanza di un «effetto di selezione» del nostro cervello. E naturalmente il consiglio è quello di ridimensionare l'importanza, la dimensione e la priorità delle cose brutte che vediamo nella nostra vita. Seguire una sorta di «dieta mentale» che ci faccia indulgere più sulle cose belle che su quelle problematiche. Il che può sembrare difficile, ma pensate un attimo a come reagireste se vi consigliassero una dieta a base di tutti gli alimenti più buoni, più sani, più gustosi e che vi piacciono di più...

sabato 4 luglio 2009

Ennesima* considerazione sulla felicità


[* Qui, qui, qui e qui le altre.]

Certamente tutti noi abbiamo dei motivi per essere infelici, o per non essere felici: ma non occorre nessun motivo per essere felici.
Basta con questa idiozia che se si è infelici per qualcosa allora non si può anche essere felici. Se in noi possono coabitare sentimenti contrastanti, allora possiamo anche essere infelici e felici.
E soprattutto, più in generale, basta con questa idiozia che si può essere felici solo a determinate condizioni. «Sarei felice se avessi... sarei felice se non avessi...»: sono tutte assurdità! Bisogna essere felici e basta, senza motivo! Che cosa cosa aspettiamo per essere felici? Un biglietto d'invito?
Se non si è felici, il modo migliore per cominciare è alzare gli angoli della bocca. Sorridere rende pù felici: provare per credere!

giovedì 2 luglio 2009

Spunto (un poco provocatorio) di riflessione


Il sesso, a conti fatti e a ben guardare, non è affatto tra le cose più intime che puoi fare con una donna.

sabato 20 giugno 2009

Sull'intervento in sistemi sociodinamici / 3


[Qui il /1 e qui il /2.]

Spesso, soprattutto quando si tirano in ballo discorsi ambientalisti o ecologisti, si sente lo slogan «Pensa globalmente, agisci localmente». Bello slogan, ma non so quanto in realtà saggio. Almeno per quanto riguarda i discorsi sociodinamici (di cui so qualcosa) credo valga di più la visione opposta: «Pensa localmente, agisci globalmente».

«Agisci globalmente»:
I sistemi sociodinamici, più di altri tipi di sistemi, sono particolarmente olistici ed estremamente orientati all'equilibrio. Per questo qui e qui ho proposto un approccio sostanzialmente «al sistema»: l'idea di base è che modificando l'atteggiamento di anche solo un suo elemento, tutto il sistema nel suo complesso subirà delle modifiche per portarsi in una nuova condizione di equilibrio. L'esempio di Adalgiso, Bernardina e Ciccisbea rende bene l'idea, in quanto Adalgiso, per risolvere il problema ha agito nel sistema nel suo insieme, tranne ovviamente l'elemento dove effettivamente risiedeva il problema ovvero Bernardina, in modo tale che quest'ultima, di fronte alla nuova visione complessiva del sistema propostale da Adalgiso, cambiasse il suo stesso atteggiamento per ripristinare l'equilibrio interno al sistema stesso. Per questo dico «Agisci globalmente»: l'intervento in sistemi sociodinamici è basato su un'azione a livello dell'intero sistema.

«Pensa localmente»:
D'altro canto ritengo che, nonostante l'olismo di cui sopra, il problema di un sistema sociodinamico - a meno che non sia stato costruito male - sia sempre in un punto preciso. Se Bernardina è gelosa di Ciccisbea il problema è di Bernardina, non è dell'intero sistema. Il sistema non ha nessun problema, funziona come deve funzionare: ma non ci piacciono le conseguenze, e allora interveniamo per cambiarlo. Se Adalgiso avesse pensato globalmente si sarebbe impelagato in discorsi sulla moralità della gelosia, sulla liceità del suo rapporto con Ciccisbea e chissà come ne sarebbe venuto fuori. Lui ha pensato localmente, ha preso il problema semplicemente per quello che era, e l'ha collocato esattamente nel punto dov'era. Per questo ha avuto successo. E per questo io dico «Pensa localmente».
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mercoledì 17 giugno 2009

Sul quando tirarsi su


Per tirarsi su non basta essere stanchi di una situazione: bisogna essere stanchi di essere stanchi di quella situazione. Per questo motivo la scelta di quando tirarsi su (al di là del come) va fatta con cura: per avere maggiore efficacia bisognerebbe aspettare il momento in cui si è stanchi di essere stanchi.

[Dopo la paura della paura, ora la stanchezza della stanchezza... La mia attitudine alla meta-concettualità sta degenerando...]

lunedì 15 giugno 2009

Sulla verità


Il problema più grande con la verità non è come trovarla, né come interpretarla o che significato darle: il problema più grande è cosa farcene, è come usarla; e, qualche volta, come sopportarne il peso.

martedì 9 giugno 2009

Principio zero del rapporto uomo-donna


Sicuramente nel post precedente ero troppo preso dal discorso sugli ex per accorgermi di aver sottovalutato una cosa che ho scritto. Ho parlato di uomini come fiumi e donne come mari per mettere una pietra di volta sul discorso degli ex; quando in realtà, pensandoci bene, mi sento di credere invece che quello può essere il concetto-base di ogni considerazione sul rapporto uomo-donna. Riscrivo quindi:
«Gli uomini sono dinamici, come i fiumi, e le donne sono statiche e cicliche, come il mare, verso cui tutti i fiumi scorrono. Gli uomini percorrono una strada, le donne abitano un luogo».
Questo concetto definisce che cos'è un uomo rispetto a una donna, e viceversa.

domenica 17 maggio 2009

Sull'ingombro ontologico degli ex nei due sessi


«Le storie iniziano, le storie finiscono». È una frase che uso spesso. Non la dico con tono rassegnato, né entusiasta. La dico come dato di fatto. Si chiamano storie, e in quanto tali devono prima o poi finire. Qualcuna dura un giorno solo come le farfalle, altre durano anni come una scritta sul muro, e altre ancora di più. L'auspicio è che tra tutte le nostre storie ce ne sia una che finisca con la nostra morte.
Così nella vita ci capita che un certo numero di storie finiscano, e dopo un po' ti domandi cosa fare di tutti quegli scatoloni. Qualcuno l'hai sigillato ermeticamente, e sai che non lo riaprirai più; qualcuno lo lasci soltanto socchiuso, sai che è lì e non si sa mai che un giorno... qualcun altro magari non riesci a chiuderlo, e ti sembra di non avere nemmeno la forza o il coraggio di nasconderlo in soffitta.


Dopo questa (splendida) introduzione, quello di cui volevo parlare riguarda la differenza con cui uomini e donne vivono l'ingombro di tutti i loro scatoloni. Questa differenza a mio avviso riflette le modalità profonde dei due sessi. Gli uomini sono dinamici, come i fiumi, e le donne sono statiche e cicliche, come il mare, verso cui tutti i fiumi scorrono. Gli uomini percorrono una strada, le donne abitano un luogo.
Un uomo in genere si porta appresso tutte le sue storie ammassate dentro il suo zaino; una donna invece le tiene ognuna in una stanza diversa della propria casa, stanze con le imposte chiuse e la luce spenta, in quanto ora ne abitano un'altra. (Ricordo, sono generalizzazioni spaventose, schematizzazioni schifosamente generali. Io sono tremendamente Chunk Up.)
Da questa considerazione, ogni altra che si può fare a riguardo discende di conseguenza.

venerdì 15 maggio 2009

Ancora sulla paura


Ci sono solamente due forze che ci spingono ad agire: una forza che ci avvicina a ciò che vogliamo, e una che ci allontana da ciò che non vogliamo. La prima è l'amore, e la seconda è la paura. Si può scegliere di percorrere una via per amore, o si può scegliere di non prenderla per paura. Non ci sono alternative.
E la ragione?, si può chiedere. La ragione non è una forza, tantomeno contrapposta all'amore (come troppo spesso si sente dire). La ragione è solo l'arbitro del tiro alla fune tra amore e paura, e ad essa spetta il compito di scegliere quale dei due è più forte, oppure quale dei due far vincere.
Chi sceglie di non percorrere una via sceglie per paura, chi invece sceglie di percorrere una via sceglie per amore. E se vogliamo che in noi domini l'amore piuttosto che la paura, dovremmo sempre scegliere di percorrere una qualche via, piuttosto di non percorrere un'altra.

Commento ad una frase di Carlos Castaneda:
A questo proposito mi sono imbattuto di recente in questa frase:
«Qualsiasi via è solo una via e non c'è nessun affronto nell'abbondonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Esamina ogni via. Quindi poni a te stesso una domanda: Questa via ha un cuore? Se non lo ha non serve a niente».
Ora, io spero che il famoso scrittore non me ne voglia, se non altro per l'amore che nutro per la letteratura sudamericana: ma io penso che siano tutte minchiate.
È vero, non c'è nessun affronto ad abbandonare una via. È proprio questo il punto. Abbandonare una via è sempre una fuga, se non scegliamo di prendere al suo posto un'altra via migliore. L'unico affronto è quello verso noi stessi, dimostrandoci deboli e codardi.
Non esistono vie con un cuore e vie senza un cuore. Ci sono le vie e basta, e siamo noi a scegliere. Siamo come barchette in mezzo al mare, con un certo numero di rotte che possiamo prendere. Le rotte sono solo linee sulla mappa; sono solo acqua da cavalcare. Il cuore ce lo abbiamo noi, ed è questo a stabilire se una via serve a qualcosa o meno.
La domanda che ci si deve porre è piuttosto questa: «Ho il cuore di percorrere questa via?». Se non ce l'hai allora non prenderla. Va bene, non c'è niente di male. Ma non dare la colpa alla strada: hai scelto di abbandonarla solo ed unicamente per una tua paura.

martedì 21 aprile 2009

Sulla paura


«The only thing we have to fear is fear itself»
Franklin Roosevelt


Quando siamo di fronte ad un bosco di notte, non entriamo. Per paura dell'orso, ci dice la nostra mente.
Il discorso non fa una piega quando siamo davvero di fronte ad un bosco di notte. Ci fa sopravvivere. Ma la vita di oggi non è più così: ciò che ci fa paura non sono più sfide alla nostra sopravvivenza. Diciamo che non entriamo nel bosco perché abbiamo paura dell'orso; ma non capiamo che siamo di fronte ad un bosco, e non ad un orso. E non c'è motivo per avere paura di un bosco.
Fuor di metafora, i «boschi» oggi sono tutto meno che dei boschi; e non hanno certo dentro nessun orso. Ma il nostro cervello non sa fisiologicamente distinguere la paura del bosco dalla paura dell'orso.
La nostra imperfezione più grande in quanto esseri sociali è che confondiamo la paura di qualcosa con la paura di aver paura. Potremo vivere tutti molto meglio quando capiremo che l'unica cosa di cui abbiamo davvero paura è la paura stessa.